INCHIOSTRO DI CIELO – Luigi Marcon

Mostra prorogata al 16 luglio

INGRESSO LIBERO

Mattino: da lunedì a venerdì 9.00-13.00 sabato 9.00-12.00

Pomeriggio martedì, giovedì e domenica 15.00-18.00

Info uff. Cultura-Biblioteca 0438.486117 cultura@comune.sanpietrodifeletto.tv.it

INCHIOSTRO DI CIELO

Dipinti e incisioni di Luigi Marcon alla Galleria Dell’Eremo

Domenica 29 maggio 2022 presso la Galleria dell’Eremo di San Pietro di Feletto è stata inaugurata la personale del maestro Luigi Marcon che si concluderà il 16 luglio.

La mostra curata dall’assessore Claudia Meneghin, è stata presentata dall’artista spagnolo Arcadio Lobato, che ha illustrato la vita del maestro come segue.

Vorrei parlarvi delle tavole del maestro Marcon, ma soprattutto dell’artista stesso, cosa non facile dato il suo carattere riservato. A Luigi Marcon non piace far parlare di sé, forse per indirizzare la nostra attenzione verso le sue immagini, che invece parlano con grande eloquenza. Basta ascoltarle. Esse sono alberi, arbusti, borghi, rocce, scarpate, corsi d’acqua, ville, castelli, cascine, casupole, ecc. Su questi diversi oggetti si libra in aria, democraticamente, l’abbraccio dell’artista. “L’arte è uguale per tutti”, sembra dirci Marcon con la sua capacità di contemplare l’armonia presente in ogni cosa.

Non c’è la presenza umana in queste vedute. Ci sembra una scelta dell’autore per creare una silenziosa intimità, tra spettatore e soggetto. Siete voi, ognuno di voi, a contemplare quel quadro con privilegio esclusivo. Persino il proprio artista scompare discretamente.

E’ il contrario di quello che accade in un paesaggio di Van Gogh. Le pennellate cremose dell’olandese sono protagoniste del quadro. Non si vedono ulivi in un quadro di Vincent. Si vedono rilievi di materia pittorica che si organizzano per significare ulivi, si vede una gestualità che afferma prepotentemente la personalità, lo stile del pittore. È una scelta, d’altronde validissima, che però, ha una conseguenza precisa: più gestualità stilistica c’è in un quadro, più c’è presenza del pittore, a discapito del soggetto e dell’osservatore. Ne sono esempi di chiara fama Il Greco, Francis Bacon, Lucas Cranach e il Picasso più espressionista. Marcon, invece, appartiene ad un’altra categoria di pittori, quelli dal gesto contenuto, sobrio, essenziale, che scelgono di concentrarsi intensamente nello studio del soggetto, come fa modernamente lo spagnolo Antonio López e prima di lui Paul Klee, o in passato il Beato Angelico, Johannes Vermeer e tanti altri di altissimo rango.

Ma non si creda che Luigi Marcon – governando con polso sicuro i suoi tratti e costruendo i soggetti senza adorni – ci lasci completamente da soli con l’immagine. Lui è sempre lì, discreto ma compresente e pieno di forza perché il gesto sobrio non è meno poderoso di quello plateale. Il soprano e il tenore non sono bravi per il Do di petto, ma perché dominano i pianissimi, il ballerino non è bravo per il salto più acrobatico, ma per i delicatissimi movimenti dei polsi e del collo…

Guardate i tratti di Marcon, non vi sembra chiaro che sono tratti melodici?

La melodia in musica è il profilarsi della composizione fatta di suoni e silenzi, in definitiva, spazio. La creazione di un spazio nuovo è, infatti, lo scopo condiviso dell’attività del pittore e del musicista. Per non parlare della architettura, della scultura o della danza, che è scultura in movimento, discipline tutte, capaci di creare spazio dal nulla, ordine dal caos.        

Come gestisce lo spazio Marcon? Le sue immagini, come i buoni vini, hanno i retrogusti. Al primo sguardo il maestro ti fa assaporare le grande linee costruttive del soggetto. Una volta catturato dalla configurazione generale, sei già dentro in quello spazio che il soggetto crea con la sua presenza. Allora puoi soffermarti dinanzi alla porta di una capanna, o percorrere una stradina contornata di piante o guardare in alto, verso un cielo aperto e luminoso.

Luigi Marcon è conosciuto per le sue incisioni e dipinti, ma non tutti sanno che scrive anche poesie. Infatti, il titolo di questa mostra, da lui proposto, è il secondo verso di un suo poema che inizia così: “Scrivere tra le righe / inchiostro di cielo / Graffiare nell’aria / nostalgie che si perdono…

Vi propongo di meditare sui tre primi versi perché definiscono una sensibilità che, per un artista o per un appassionato d’arte, costituiscono un programma di vita.

Scrivere tra le righe. Compare, in effetti, l’artista nell’anima del bambino Marcon molto presto, tra le righe delle prime pagine della vita semplice di un ragazzo contadino, cresciuto nel tepore naturale della casa-stalla di un lontano, ormai, Veneto preindustriale. Il piccolo Gigi giocava, viveva e cresceva osservando il mondo con tale intensità e godimento che il proprio podere famigliare gli bastava e gli sembrava tutto quanto esisteva, sicché rimase meravigliato il giorno in cui qualcuno gli spiegò che oltre alle scarpate che contornavano la sua casa, il mondo, vasto e misterioso, continuava.

Crescendo, Gigi deciderà di partire all’esplorazione di nuovi spazi come camminante, ciclista e arrampicatore. Dalle colline di Tarzo e dal Monte Altare arriverà alle vette dolomitiche, al Pian Cavallo e ancora altrove. Nel muoversi scopre sempre qualcosa di nuovo. Questo lo preme. I suoi paesaggi non sono contemplati da un belvedere o da una finestra. Marcon conosce le sue vedute nel contatto totale tra il viaggiatore e la terra che percorre. 

Come si produce il salto che fa di questo camminante, non solo un fruitore del bello ma anche un produttore di esso? La risposta la troviamo nel secondo verso della sua autodefinizione poetica, che è anche il titolo di questa mostra.                          

Inchiostro di cielo. A Marcon, un giorno, il cielo cominciò a piovergli addosso, iniziò letteralmente ad annaffiare quel giovanotto prealpino, non con acqua, ma con inchiostro, per farlo diventare artista. L’inchiostro per l’incisore è un fenomeno celestiale. Vedere un  incisore inchiostrare una lastra è un vero spettacolo. Amorevolmente versa e distribuisce con larghe carezze il dono di quel liquido che farà parlare il freddo metallo producendo un’immagine viva a partire dalla materia inerte.

All’inizio non c’era ancora un torchio, ma un semplice pennino perché Gigi, un giorno, lascia i prati e va a scuola. Possiamo immaginarlo guardando verso la finestra, esule della sua patria luminosa in plein air, mentre sulla lavagna, con un gessetto in mano la maestra lavora per aprire la mente dei tosatei. Ma la mente di Gigi è già aperta ad una realtà che sente dentro di sé anche se è ancora troppo presto per poterla spiegare agli altri. Questa realtà si chiama bellezza.

Un giorno, a scuola, Gigi scopre la Geografia e trova in essa un filo conduttore che per la prima volta lo collega ai quaderni e ai libri. Un filo d’inchiostro. S’inizia con un tratto di matita e poi si va avanti con la china per costruire profili di luoghi esotici chiamati province, regioni, paesi… Gigi è naturalmente portato a disegnare le mappe. Nessuno glielo aveva insegnato, ma la sua mano è precisa e il suo polso è sicuro. E’ il migliore, ma a lui di questo non gliene importa niente. 

Quello che a lui piace è scoprire che quei confini, fiumi e monti che adesso disegna su un foglio di carta, sono la raffigurazione di quello che lo affascinava quando giocava nei campi: la sensazione di percorrere lo spazio. Prima lo percorreva con le gambe, adesso lo percorre con le dita, ma la sensazione di esplorazione è identica. Gambe, dita, sono le antenne del suo radar che perlustra instancabilmente il mondo. Ma questa perlustrazione ha uno scopo preciso. Ce lo spiega il terzo verso del suo poema.

Graffiare nell’aria. Se ti graffia il tuo gatto non ti fa piacere, ma qraphos, in greco, è segno, quindi di-segno. Quando Marcon parla di graffiare sta parlando di due cose simultaneamente: disegnare incidendo sulla lastra, certo, ma prima afferrare lo spazio con i suoi penetranti occhi, come fossero gli artigli di un felino, e portarsi la poetica preda della bellezza allo studio.

Marcon, l’artista camminante è un cacciatore di sensazioni che immagazzina nella sua mente per portarli al suo atelier e dopo liberarli, rendendoli  visibili a tutti.  Ma l’artista per riuscire a farlo, deve essere in possesso di una tecnica rigorosa, perché non è un’operazione semplice. Nella vita di Marcon questo accade per caso, “incisore per caso” come ama ricordare.

Marcon diventa un giovane studente in cerca di un indirizzo professionale. Suo padre è stato chiaro: studiare o fare il contadino. Marcon va a Venezia a iscriversi in un istituto d’arte, ma quel giorno è chiuso. Vede un’altra scuola aperta dove è scritto “Calcografia”. Pensa, per somiglianza fonetica, che deve trattarsi di qualcosa di simile alla Geografia e, contento di fare ancora mappe, magari perfezionandosi in quella disciplina, s’iscrive. Una volta dentro capisce che calcografia è, invece, la difficilissima arte dell’incisione della quale non sa nulla, ma progredisce ad un tale ritmo che in poco tempo diventa assistente del professore, in grado di aiutare gli altri alunni.

Siamo agli inizi di quello che sarà un lungo percorso professionale fatto di mostre, premi e successi, in Italia e al estero. In Germania, nel 2004 le Poste hanno utilizzato una sua opera per fare un francobollo dal titolo “800 Jahre Landshut”, onore concesso a pochi artisti. La lista dei suoi successi, bella e formosa, è reperibile sul suo sito, http://www.luigimarcon.it/  dove sotto il titolo “biografia” leggiamo: “partecipa a molte rassegne di grafica nazionali ed internazionali conseguendo vari riconoscimenti; allestisce numerose personali in Italia e all’estero. Per molti anni si è dedicato pure all’insegnamento della calcografia. Ha realizzato con le tecniche calcografiche oltre 4500 matrici.”.

Marcon trionfa come incisore, come calcografo. La calcografia e la specialità pittorica che contraddistingue la nostra civiltà perché basata sulla riproduzione e diffusione di testi e immagini, inizialmente copiati a mano e poi, con la stampa, moltiplicati meccanicamente. I libri, i manoscritti, che nel Medioevo erano oggetti preziosi, venivano spesso illustrati. Nel passaggio alla stampa occorreva un sistema che permettesse la riproduzione delle immagini per continuare ad illustrare i libri. Questo fu il motivo del grande sviluppo della calcografia che poi impegnerà grandi pittori come ad esempio Tiziano, Rembrandt, il Dürer, Goya e molti altri.

La pittura è un pianeta che gira su due poli: disegno e colore. Esistono alcuni incisori che si concentrano nella calcografia a discapito della pittura, ma non è questo il caso dell’artista completo Marcon che in questa mostra ci offre una festa cromatica prodigiosa, dove ribadisce il suo amore per la natura e dove troviamo di nuovo il ritmo musicale delle sue linee, questa volta affidato all’orchestra che chiamiamo tavolozza. La metafora musicale continua ad essere calzante. Il disegno non è altro che la melodia dello strumento solista. Un bulino crea la melodia e dalla melodia crea tutta la composizione con poche risorse che si dimostrano di grande efficacia. Se il disegnatore aggiunge alla linea la macchia o le tonalità, abbiamo un duetto, un trio, un quartetto. L’acquarellista dirige un’orchestra da camera, ma l’olio è un’orchestra sinfonica in piena, e se notate, quando Marcon prende la tavolozza è come quando un primo violino dirige l’orchestra, perché questo strumento dà al musicista la padronanza e la sicurezza per guidare tutti gli altri.

Nulla aggiungerò sulla bellezza dei colori di Marcon, sulla vivacità dei contrasti, sul vigore delle pennellate e il buon gusto delle composizioni. Lo spettatore possiede, nella propria sensibilità, tutte le risorse emotive e percettive per gustare queste tele, e mi sembra arrivato il momento di ridare al pubblico il protagonismo essenziale di una mostra: quello di apprezzare l’opera, ma soprattutto apprezzare l’operatore, l’artista. Alla sua voce lascio il compito di concludere questa presentazione, perché solo il maestro Marcon è in grado di spiegarci con la sua poesia scritta quello che sta facendo con la sua poesia dipinta.

                                                                                                  Arcadio Lobato            

SCRIVERE TRA LE RIGHE

Scrivere tra le righe
inchiostro di cielo.
Graffiare nell’aria
nostalgie che si perdono.

Acque chiare, vergini, odorose,
lieve mormorio del tempo,
Acque chiare, che fretta avete
di scendere a valle!

Nel cavo delle mani vi ho cullato
per specchiarmi un poco:
effimere immagini
che il vento ha subito disperso.

Dove sei Vallaga?
Remote tracce di un focolare
che il muschio ha sepolto.

Con i piedi affondati nel rivo
una cerva ho ghermito per le corna,
pure il corvo si è posato,
nero e sgraziato
come il mio incidere sul ferro.

Acque chiare, che fretta avete
di scendere ancora!
Un sole ardente si è curvato,
al mulino vi ho ritrovato;
prostitute, corrose in alterni travagli,
che le pale di Mules han divorato.

Ristagna inquieto un volto di gelo,
stagione lontana,
stillante oblio tra i fili d’argento;
trasuda rossori, vaporose speranze.
Acque chiare, tra le righe

di un arcobaleno, incantesimo soave.

Luigi Marcon ’02

You may also like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *